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La gestione del tempo nella società della prestazione

AttesaDa un paio di giorni in ufficio la connessione internet è piuttosto lenta, per caricare una pagina ci si impiega un tempo che sembra sterminato. Serpeggia insofferenza, si sentono sbuffi e lamentele: “E’ da una vita che guardo questa rotellina girare!”, “così non si riesce a lavorare!”. Ma quanto è questo tempo che sembra non passare mai? Quanto tempo passa sull’orologio? Forse 8 o 10 secondi. Ormai bastano una manciata di secondi di attesa davanti a una pagina web per farci perdere la pazienza. E’ un piccolo episodio ma mi pare rappresentativo di qualcosa di più diffuso che ha a che fare con il nostro attuale modo di vivere e gestire il tempo.
Durante i corsi di formazione sul time management parto spesso proprio dalla differenza tra il tempo interiore, vissuto soggettivamente ed il tempo esterno, quello degli orologi e dei calendari. Negli ultimi anni il nostro vissuto del tempo è cambiato e sempre più spesso, anche in aula, i partecipanti comunicano di vivere una sensazione di pressione che crea stress e affaticamento. La sensazione di essere continuamente incalzati dagli impegni (e non solo sul lavoro!). Cosa sta succedendo? Come si può far fronte a questa sensazione? C’è qualcosa che dovremmo imparare?

La società della stanchezza

Delle risposte interessanti a questi interrogativi le ho trovate in un libro che ho letto recentemente, il cui titolo è già molto significativo: “La società della stanchezza” del filosofo e sociologo Byung-Chul Han. Un saggio breve e molto denso sui cambiamenti in atto nella società contemporanea.
La tesi centrale del libro è che l’epoca attuale si sia trasformata passando da una società disciplinare e del controllo ad essere quella che l’autore chiama la “società della prestazione”. Per spiegarlo in termini semplici: la società del controllo era caratterizzata dalla presenza di una autorità esterna e dal dominio. È una società in cui prevale la disciplina, il divieto, e può essere ben rappresentata – anche strutturalmente – da edifici come fabbriche, prigioni, caserme, ospedali e manicomi. In questa società il soggetto è descritto come un soggetto di obbedienza che sottostà alla legge e all’autorità.moving
L’attuale società della prestazione al contrario (fatta di fitness center, grattacieli di uffici e centri commerciali) è una società in cui prevale l’iniziativa personale, la deregolamentazione e un “poter fare” illimitato che diventa pressione verso la performance. Le persone hanno interiorizzato l’obbligo della prestazione e diventano sfruttatori di se stessi senza bisogno della presenza di una autorità esterna. L’imperativo sociale è quello di realizzare sé stessi (i vari “se vuoi puoi”, “Yes we can”) ed è un imperativo che crea stress, pressione e stanchezza.
Se nella società del controllo era difficile esprimere le proprie inclinazioni e desideri e ci si poteva sentire in colpa a divertirsi, nella società della prestazione – paradossalmente – le persone si sentiranno in colpa se non riusciranno ad essere se stessi o a divertirsi.
Già queste poche righe rendono più chiaro come mai le persone oggi si sentano continuamente incalzate dal tempo e sotto pressione. È una continua rincorsa autoimposta per adempiere ad un obbligo di prestazione che abbiamo interiorizzato e ci porta a non fermarci mai. È una volontà di essere sempre attivi che si vede anche nella bassissima tolleranza alla noia. Provate a pensare di restare seduti da soli in una stanza senza fare nulla (senza leggere, guardare il cellulare, nulla) anche solo per 15 minuti. Se la prospettiva vi crea disagio allora avrete un buon esempio di quello che si intende e della spinta autoimposta verso il fare.

pensareRiflessioni controintuitive

Queste considerazioni portano a delle conclusioni che possono risultare controintuitive. Se vogliamo essere bravi nella gestione del tempo dobbiamo imparare anche a rallentare e a fermarci. Accanto alle competenze che più tipicamente vengono associate al time management (e che sono quelle di essere efficienti ed efficaci) dovremo apprendere anche a “perdere tempo” nel senso di imparare a viverlo senza affanno, imparare ad allentare la presa. Forse più che sforzarci di essere multitasking (approccio oggi molto in voga) dovremmo imparare ad essere “monotasking” e riuscire a concentrarci su una singola cosa per volta con maggiore calma e intensità.
Certo, il contesto non aiuta, siamo continuamente esposti a stimoli e interruzioni. Continuamente connessi. I messaggi culturali ci spingono verso la prestazione ad ogni costo. È possibile tuttavia distanziarsi gradualmente da questi stimoli ansiogeni e reimpossessarsi del proprio tempo. Un lavoro su se stessi da cui ognuno di noi potrebbe trarre sicuro giovamento.
(Ed ora fatemi andare a verificare se si è finalmente aperta quella pagina web!)

  • Ottimo articolo. Individuare alcune caratteristiche del ritmo della nostra vita è un primo passo fondamentale per raggiungere un equilibrio. Sebbene l’atto in sé sia piuttosto complicato a mettersi in pratica, a seconda ovviamente delle attività quotidiane di ognuno. Sia la “vecchia” società che questa hanno i loro pregi e difetti, ma personalmente penso che oggi sia tutto così fluido che le opportunità se cercate non possano mancare, e ce ne siano molte di più rispetto al passato, soprattutto per una persona non privilegiata.

    Giorgio

    12 giugno 2016

  • Thanks , I have recently been looking for information about this subject for a while and yours is the best I’ve found out so far. However, what about the conclusion? Are you sure about the source?

    http://www./

    24 dicembre 2016

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