Lo sai qual è il problema?

Labirinto…che poi non è un problema (per continuare con Jovanotti). Siamo sicuri, quando qualcosa non va, di sapere bene quale sia “il problema”? In effetti si, di solito siamo sicuri di saperlo. A ben guardare però non è così scontato e, più spesso di quanto si creda, si commettono errori che possono portarci fuori strada senza quasi che ce ne accorgiamo. In questo post voglio mettere assieme alcune riflessioni che ho fatto dopo gli ultimi coaching sull’orientamento professionale e corsi sul problem solving che ho tenuto di recente.
Sembra che Einstein abbia detto che se avesse solo un’ora di tempo per risolvere il problema del mondo passerebbe i primi 50 minuti a cercare di darne una definizione corretta. Non male. La maggior parte di noi cerca invece di arrivare prima possibile alla soluzione, ma se questi tentativi non sono fondati su una buona definizione del problema rischiano di essere sforzi inutili, come quando in bici si pedala a vuoto perché è caduta la catena.einstein
Ho raccolto i 5 errori più comuni che, per fretta o abitudini mentali errate, si fanno nel descrivere e definire il proprio problema: se Einstein aveva ragione vale la pena di soffermarci un attimo su questi punti.

1. Confondere il problema con le sue cause.

Un classico. Partiamo da un esempio: c’è la partita e ho la tv rotta. Qual è il problema? La maggior parte di noi senza pensarci tanto direbbe: “il problema è che la tv è rotta”. Formulare la questione in questo modo tuttavia è sbagliato e può dirottare i nostri sforzi di soluzione su un piano parziale (aggiustare la tv). Ma il fatto che la tv sia rotta è una causa del problema, non il problema in sé. broken tvPuò sembrare una sottigliezza ma se io definisco correttamente il problema (cioè: “non so come vedere la partita”) allora avrò davanti a me molte più strade (streaming, vado da un amico ecc…) che non passano necessariamente per “aggiustare la tv”. Prima regola quindi: il problema si definisce sempre in rapporto ad un obiettivo o ad uno stato desiderato. In questo modo riusciremo ad evitare la confusione tra il problema e le sue cause.

2. Situare il problema su un piano fuori dal nostro controllo.

Altro errore molto comune che rientra nell’ampia (e frequentata) categoria che si chiama: alibi. Quando chiedo alle persone che cercano lavoro come mai non lo stiano trovando, quale sia il problema, spesso le risposte sono: “c’è la crisi”, oppure “le aziende cercano solo persone con esperienza” o anche “in Italia ti prendono solo se hai le conoscenze giuste (leggi: raccomandazioni)”. crisiEcco, questi modi di definire il problema – e molti altri simili –  lo spostano su un livello che è esterno a noi, fuori dal nostro raggio d’azione.  E lo rendono irrisolvibile. In sintesi è come dire: non ci posso fare niente. In questo caso la confusione è tra il problema e quella che può essere chiamata una condizione. Un fatto insomma, di cui devo tenere conto, ma certo non il problema. Il punto non è se sia o meno vero che – ad esempio – c’è la crisi. Il punto è che se descrivo il mio problema in questi termini alla lunga smetterò di darmi da fare (tanto non dipende da me) con l’unica foglia di fico a tutela dell’autostima che si chiama appunto: alibi.

3. Non intercettare un disagio.

Tutti i problemi nascono da una situazione di disagio e se la nostra formulazione non comprende una qualche forma di insoddisfazione personale e disagio vuol dire che siamo sulla strada sbagliata. Ai corsi di formazione ad esempio sento spesso dire: il problema è che non ci vengono assegnati obiettivi chiari. Una formulazione di questo tipo non evidenzia quale sia la difficoltà che comporta, per la persona, il fatto di non avere obiettivi chiari (ci sono persone che potrebbero anche essere contente di non avere obiettivi chiari perché questo gli da maggiore autonomia). Anche in questo caso la mancanza di obiettivi chiari è causa di un problema (e di un disagio) che io sento: ad esempio può comportare una mia difficoltà nell’assegnare le priorità alle attività quotidiane e quindi confusione, seguire l’urgenza e non la priorità ecc… Qui c’è il disagio ed è anche una formulazione che mi permette di elaborare delle soluzioni migliori. Il fatto di identificare il disagio ha anche altri vantaggi: serve come test per la validità della soluzione. Una buona soluzione infatti deve arrivare ad eliminare il disagio che io sento. È utile inoltre come elemento motivazionale essendo il fattore che mi spinge a trovare una soluzione e a non abbandonare gli sforzi.

4. Problema formulato in modo positivo.

Quando ai corsi di formazione chiedo di identificare i principali problemi che incontrano sul lavoro non è raro trovare risposte tipo: “la comunicazione” oppure “i miei responsabili” o anche “la burocrazia” ecc… Una buona descrizione del problema va invece formulata in modo negativo: “assenza di…” “non c’è…” “non riesco a…” e così via. Il rischio altrimenti è di identificare una funzione o (peggio) una persona, con il problema tout court.

5. Confondere problema e soluzione assente.

wolfeA volte, per quanto si formuli il problema in modo negativo, non si centra il punto perché quello su cui ci si focalizza non è il problema ma piuttosto qualcosa che lo risolverebbe e che in questo momento manca (soluzione assente appunto). Con qualche esempio si chiarisce: “il problema è che non ci sono fondi”, oppure “il problema è che non abbiamo il software giusto”. In questi casi ciò che bisogna chiedersi è: se avessi il software corretto quale problema si risolverebbe? Software o soldi sarebbero la soluzione a quale problema? È un errore simile a quello di confondere il problema con le sue cause ma in questo caso lo si confonde con una soluzione che noi abbiamo già in mente e che in questo momento manca. È ugualmente limitante perché ci impedisce di cercare altre strade che non passino necessariamente per quella soluzione che noi abbiamo previsto.

Insomma, può sembrare paradossale ma bisogna imparare a mettersi dei problemi perché questo ci aiuta ad uscire da una situazione di ansia generica e ci sposta verso un modo di pensare meno nebuloso, più chiaro e gestibile. Quando ci rendiamo conto di un disagio o di una difficoltà ricorrenti dovremmo chiederci: “ok, qual è esattamente il problema?”. Poi prendiamoci un po’ di tempo per definire e circoscrivere bene la questione evitando gli errori più comuni che ho descritto in questo post. La nostra formulazione dovrebbe riguardare un ambito che è nel nostro raggio d’azione e descrivere un gap tra una situazione attuale e la situazione desiderata, gap che ci crea qualche disagio personale e che dovrà scomparire con la soluzione.mind the gap

Più facile a dirsi che a farsi, lo so (e infatti facciamo corsi di 2 giorni sull’argomento). Ma vale la pena di provare e se restano dei dubbi non esitate a scrivere all’autore (myself). Sarò ben contento di approfondire o esaminare casi specifici.

Post by Max

2 Responses to Lo sai qual è il problema?

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