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Una mappa per cambiare

Gandhi 4C’è un aforisma attribuito a Gandhi che dice: “bisogna combattere l’antagonismo, non l’antagonista”. Mi è sempre piaciuto moltissimo perché in due parole ridefinisce il terreno di gioco del conflitto e sposta il focus dall’esterno (combattere l’antagonista) verso l’interno (combattere l’antagonismo). Puoi sconfiggere il tuo antagonista ma se non avrai rimesso in discussione la categoria di antagonismo sei destinato a trovare sempre nuovi nemici sulla tua strada. La vera battaglia, la vera sfida, avviene al livello dei pensieri ed è lì che bisogna fondare i propri sforzi se si vogliono cambiare veramente le cose.

Mappa e territorio

Questa lezione è valida in ogni ambito della nostra vita ed è coerente con uno dei principi fondamentali della psicologia secondo il quale noi non rispondiamo direttamente a ciò che accade nel mondo ma (e c’è una bella differenza) alle nostre rappresentazioni del mondo. Noi ci creiamo una rappresentazione, una mappa del mondo in cui viviamo: questa mappa determina in larga misura l’esperienza del mondo che avremo e guida il nostro comportamento.
Il problema è che nella nostra vita quotidiana ci dimentichiamo del fatto che sia una mappa e la scambiamo per il territorio vero e proprio. Ma – come ci ricordano i colleghi della PNL – “la mappa non è il territorio” e trattarla come se lo fosse limita molto la nostra consapevolezza e le nostre possibilità di cambiare.
mappaQuesta quindi è una buona notizia perché se siamo noi gli autori della mappa significa che abbiamo un ruolo più importante di quello che solitamente sospettiamo nella definizione delle nostre esperienze. Non subiamo passivamente la realtà “esterna” ma in larga parte la costruiamo attivamente con i nostri pensieri, con le nostre categorie. Interpretiamo quello che ci accade e gli attribuiamo un senso inserendolo all’interno di un racconto che alla fine è la nostra vita soggettivamente vissuta. Si può dire che noi siamo l’esito delle storie che ci raccontiamo. (E mi fermo qui perché questo argomento mi intriga da morire e rischio di partire per un trip tutto mio.)

Sguardi sul mondo

Una buona domanda che ognuno dovrebbe farsi è: com’è fatta la mia mappa? Con quali “occhiali” guardo il mondo? Quali sono le categorie con cui attribuisco un senso agli eventi? Per tornare all’esempio iniziale: negli altri vedo antagonisti o persone con cui collaborare? Come abbiamo detto infatti in buona misura io “vedo” ciò a cui scelgo di dare valore. Non è tanto significativo chiedersi quanto la nostra mappa rappresenti in modo fedele il mondo reale, quanto sia “vera” (si entrerebbe in un campo molto speculativo). È più interessante chiedersi invece quanto la mia mappa “mi faccia stare bene”. Il mio modo di interpretare il mondo mi porta verso la soddisfazione e la realizzazione o verso frustrazione e ansia?

Applicazione pratica

queloQueste idee possono sembrare astratte quindi facciamo un esempio concreto legato al tema di questo blog. Mi capita spesso di chiedere alle persone con cui faccio i percorsi di coaching: “perché non stai trovando lavoro?”. La risposta a questa domanda può rivelare aspetti interessanti della nostra mappa, del nostro modo di “raccontare” la situazione in cui ci troviamo. Una delle risposte più frequenti, com’è facile immaginare, è: “c’è la crisi”.
È vero, sono diminuiti i posti di lavoro, le aziende stanno assumendo meno, i dati parlano chiaro e questa risposta è fondata. Ma come dicevo prima, a noi non interessa tanto verificare la “verità” della mappa ma soprattutto capire se questo tipo di spiegazione sia “utile”, se mi serve per risolvere il problema o meno. Se la spiegazione che mi do, la mia rappresentazione degli eventi, attribuisce la causa del mio problema ad un fattore esterno a me, su cui io non ho nessuna possiblità di incidere (la crisi) è chiaro che io mi starò vedendo come una persona che ha poche o nulle possibilità di riuscita. E questo modo di vedere le cose ha effetti molto concreti sui miei comportamenti, sulla mia capacità di attivarmi per risolvere la situazione e sulla mia persistenza nello sforzo. Se non trovo lavoro principalmente perché “c’è la crisi” in breve arriverò alla conclusione che impegnarsi non serve (tanto non dipende da me!). Ecco come la nostra mappa, il nostro modo di rappresentarci gli eventi, possono influenzarci.

Scegliere i pensieri

La buona notizia è che non è necessario vedere le cose solo in questo modo e quando ci sorprendiamo a consolarci con alibi che ci deresponsabilizzano possiamo (avendo letto questo post) provare a pensare a spiegazioni diverse. Non trovo lavoro “perché non ho un obiettivo chiaro” o un progetto professionale, perché non parlo bene l’inglese, perché le mie competenze tecniche in un determinato settore sono basse ecc… Tutte spiegazioni ugualmente vere ma che vanno a configurare una mappa molto migliore e che mi da molte più probabilità di attivarmi e riuscire a cambiare la situazione.

Finisco con una citazione di Elizabeth Gilbert che è particolarmente in linea con quello che ho provato a dire: “Devi imparare a scegliere i pensieri come ogni giorno scegli i tuoi vestiti. È un’arte che puoi coltivare. Se proprio vuoi controllare tutto quello che ti succede nella vita, lavora sulla mente. È l’unica cosa che dovresti cercare di controllare”.

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